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"Ammazzare il coniuge conviene più del divorzio": ma è davvero così?
Ammazzare il coniuge conviene più del divorzio
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Negli scorsi giorni, diverse testate giornalistiche nazionali hanno riportato in auge un particolare video, che vede come protagonista il magistrato Piercamillo Davigo, Presidente della II Sezione Penale presso la Corte Suprema di Cassazione e membro togato del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). Sebbene risalga a più di 10 anni fa, il video questione è diventato subito virale e ha destato non poche polemiche.

Nel corso di un intervento, il magistrato Davigo spiega quello che dovrebbe essere il paradosso che contraddistingue il sistema penale italiano. Lo fa con leggerezza, si rivolge a un pubblico di non addetti ai lavori, suscitando parecchia ilarità per un argomento che necessita tutto fuorché le risate. Perchè Piercamillo Davigo non parla di come si svolgono le sue giornate, ma tocca una tematica che, ancora oggi, è piuttosto forte: l‘omicidio della propria moglie. In breve, afferma che le pratiche per ottenere e richiedere il divorzio siano più lunghe della pena che deve scontare chi ha ucciso il proprio coniuge.

Le parole di Piercamillo Davigo

Davigo inizia il suo discorso: “Io racconto sempre una cosa, anche se ora è un po’ meno vera, perchè hanno accorciato i tempi per le separazioni e i divorzi. Fino a qualche anno fa, eravamo l’unico Paese al mondo, in cui la procedura di divorzio aveva una procedura maggiore della pena da espiare per la soppressione del coniuge“. A questo punto, partono le risate generali da parte del pubblico. “Quindi, questo sistema è criminogeno. – continua – Se uno apre il Codice Penale, vede che nella soppressione del coniuge è prevista la reclusione di 30 anni. In realtà, è un’aggravante. Ora, facciamo un esempio. Il marito ammazza la moglie o la moglie ammazza il marito. È uguale, perché tanto chi è morto non parla più. L’autore dell’omicidio si costituisce e confessa, quindi porta a casa le attenuanti generiche. E la racconta come gli pare a lui: ‘Guardi, mi ha detto una cosa che se l’avesse detta a lei l’avrebbe ammazzata pure lei”. E ancora risate.

“E porta a casa l’attenuante della provocazione. Poi, risarcisce il danno agli eredi del coniuge, che è la capitalizzazione degli assegni di separazione o di divorzio. Sono 3 attenuanti, prevalenti sull’aggravante. Si parte dalla pena base, da 21-24 anni. Siccome di solito è incensurato, saranno 21 anni”. A questi si sottrae un terzo della pena per ogni attenuante. Risultato: si arriva a 6 anni e 6 mesi. “Chiede il giudizio abbreviato. 4 anni e 4 mesi. I 30 anni sono diventati 4 anni e 4 mesi. Se trova un giudice un po’ come me che lo mette agli arresti domiciiliari per 1 anno e 4 mesi…che non è facile, eh! Perché per farlo dovrebbe incorrere almeno una di queste esigenze cautelari: pericolo di inquinamento delle prove (ma ha confessato), pericolo di fuga (si è costituito), pericolo di reiterazione (ma è vedovo). Quindi non si può arrestare. Mettiamo uno come me che ti dice: ‘Potresti fidanzarti’. Allora, si sta a casa sua per 1 anno e 4 mesi con il permesso di uscire per lavorare e di provvedere alle proprie esigenze, cioè fa la vita che faccio io. Dopo di che, gli altri 3 anni li fa presso il servizio sociale. In più, mettiamo anche la Chiesa: dal giorno dopo può fare anche la comunione, ma se divorzia no”.

Le parole di Davigo fanno davvero ridere?

Immediati gli interventi da parte di chi lavora più o meno direttamente nel settore penale o con le vittime di violenze domestiche. Per esempio, Antonella Veltri, la Presidente di Di.Re (la rete di centri antiviolenza presenti in tutto il suolo italiano, ndr.), è allarmata: “È una esternazione pericolosa che scivola nell’istigazione al femminicidio“. Aggiunge: “Denuncia un disagio: la lentezza della giustizia. Trovo sconveniente che un giudice possa fare questo confronto ed esprimersi come Davigo, anche in virtù del ruolo che occupa”.

Dello stesso parere è la penalista Paola Pasquinuzzi, che, intervistata da Giustizia Caffè, afferma: “Credo che queste affermazioni del dottor Davigo siano del tutto inappropriate. È pur vero che le ha fatte, credo nel corso di un convegno, diversi anni fa, quindi in un momento in cui ancora non c’era la legge sul femminicidio e i tempi del divorzio erano diversi. Ma non è tanto il merito delle sue affermazioni, quanto le modalità e il fatto che lui sia un soggetto importante istituzionale che riveste una carica. È stato definito come un video ironico, che fa un paradosso mettendo in paragone il matrimonio e l’uccidere la moglie. Al di là di questo, che è grave come affermazione, ma uno può dire che vabbè l’ha fatto per scherzo. Io credo che, proprio per il suo ruolo, lo scherzo sia del tutto inadeguato“.

Eppure, ciò che dovrebbe sorprendere non sono solo le parole del magistrato Davigo, quanto l’ironia con cui è stato detto il tutto e, soprattutto, le risate da parte del pubblico. Dov’è il senso delle risate, quando si parla dell’ammazzare il coniuge? Come si può ridere quando i femminicidi sono all’ordine del giorno? Dov’è l’ilarità quando gli uomini ancora non denunciano le violenze subite, perchè hanno paura di essere considerati “meno uomini”?

 

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Redazione CriminalMente

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