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Arrestato e torturato per una traduzione: la storia di Mohamed
Mohamed dihani

Mohamed Dihani è un’attivista saharawi (il popolo saharawi risiede nelle zone del Sahara Occidentale, ndr.), che, fin da quando è bambino, lotta per l’indipendenza del suo popolo dall’occupazione marocchina. Nel 2017, ha fondato, insieme ad altre 5 persone il sito web Wasatimes, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle violazioni dei diritti umani commesse dallo stato del Marocco.

La sua storia, però, non si ferma qui.

L’arresto di Mohamed

Il 28 aprile 2010 è una data che Mohamed, certamente, non dimentica.

Ha 26 anni e sta partecipando a una festa organizzata dalla sua famiglia. Il cugino è uscito di prigione: 6 mesi prima, era stato arrestato per aver discusso, in treno, con un amico dell’occupazione marocchina.

Durante i festeggiamenti, Mohamed viene arrestato dalla polizia marocchina. Il motivo? Aver eseguito, per un gruppo di giornalisti europei, alcune traduzioni relative alla situazione del popolo saharawi.

Le accuse infondate

Da quel momento, Mohamed Dihani diventa il protagonista di una complessa vicenda giudiziaria, caratterizzata da accuse così improbabili che, all’improvviso, svaniscono nel nulla. Così assurde che, per sostenere il ragazzo, intervengono 5 delle maggiori ONG internazionali: Amnesty International, Fronteline, Panafrica difenders, Nebras e la lega tunisina.

Perché Mohamed viene ufficialmente accusato di avere pianificato degli attacchi terroristici, sebbene non vi siano delle prove. Pertanto, viene inizialmente condannato a 10 anni di reclusione. Successivamente, proprio grazie all’intervento delle ONG, si riesce per lo meno a ridurre la pena a 6 anni.

6 anni di torture

Ma il dramma avviene nel periodo di detenzione, scontata nel carcere segreto di Tmara (base centrale dell’intelligence marocchina DST) e nelle prigioni di Sale 2, Knnaitra e Ait Maloul.

Durante questi 6 anni, Mohamed viene torturato ripetutamente. Viene violentato, sottoposto a elettroshock, picchiato e ferito.

A riguardo, uno dei rapporti redatti dal Working Group on Arbitrary Detention riporta quanto segue: “Le torture e i maltrattamenti inflitti al Sig. Dihani lo hanno colpito sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista psicologico. Ciò consisteva nel picchiarlo mentre era bendato e aveva le mani legate, nell’impedirgli di dormire svegliandolo ogni ora, e nel minacciarlo con lo stupro”.

E ancora: “Durante questo periodo, al sig. Dihani è stato chiesto di collaborare con l’intelligence marocchina, fornendo informazioni riguardanti le attività dei leader di Frente Polisario. Avendo rifiutato la collaborazione, è stato torturato per più di 10 giorni e forzato a confessare i crimini di cospirazione e terrorismo”.

Nel video, i festeggiamenti per il ritorno a casa di Mohamed

I festeggiamenti per la sua liberazione

Al termine della pena, Mohamed viene liberato. Nelle strade, seppur accerchiate dalle forze dell’ordine, si riversano gli amici e i conoscenti di Mohamed, pronti a festeggiare il suo ritorno a casa.

A distanza di diversi anni, sebbene le ONG abbiano richiesto più volte almeno le scuse ufficiali da parte dello Stato del Marocco, il riconoscimento e le eventuali pene per i torturatori, tutto ciò ancora non è avvenuto.

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