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Circeo, il massacro: un caso a teatro - CriminalMente
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Circeo, il massacro: un caso a teatro. 29 settembre 1975, trentasei ore di violenze interrotte, tre carnefici e due vittime.

Quarantaquattro anni da quando Rosaria Lopez (19 anni) e Donatella Colasanti (17 anni) vennero tenute segregate in una villa a San Felice Circeo e torturate, massacrate, violentate per 36 ore da tre coetanei appartenenti alla Roma bene: Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido. Un caso che ha fatto da spartiacque nella cronaca nera italiana e carico di temi ancora dolorosamente attuali.

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Filippo Renda, insieme ad Elisa Casseri, della compagnia Idiot Savant, ha pensato di portarlo a teatro, in un modo che mi ha affascinato e incuriosito, portandomi a chiedergli le motivazioni alla base di questa decisione e un accenno al contesto sociale dell’epoca.



Perché proprio il massacro del Circeo?

Mi è capitato di vedere il programma della Leosini (Ombre sul giallo ndr) in cui ripercorreva l’intervista con Angelo Izzo del ‘99, ammettendo di essere stata ingannata da quell’uomo perché sembrava essersi redento e invece ha ricommesso il fatto a distanza di trent’anni. Banalmente non ci ho dormito la notte. Normalmente sono una persona poco sensibile a tutto ciò che mi accade all’esterno, quindi il fatto di passare una notte così complicata dopo qualcosa di abbastanza banale come guardare un programma televisivo mi ha portato a chiedermi che cosa ci fosse sotto quella storia che mi angosciava così tanto, e da lì ho iniziato a lavorare sul Circeo.

 

Su quali personaggi della vicenda avete lavorato in particolare?

All’inizio volevo partire da Izzo. Volevo raccontare tramite Izzo il fenomeno della ripetibilità del male affrontandolo come un fenomeno tragico. Si sa che una percentuale altissima, quasi la totalità, dei detenuti di fatti importanti (che passano in galera più di cinque anni) una volta usciti dal carcere ricommettono il fatto. Ho avuto però dei problemi perché Angelo Izzo non può essere affrontato come un personaggio tragico, significherebbe mettergli addosso un senso d’inesorabile, come se lui fosse stato sovrastato da questa violenza e non l’avesse potuta domare. Questa cosa non andava bene perché la stessa intervista alla Leosini denota come lui sia un personaggio altamente cosciente di ciò che ha fatto e che fa, anzi ha creato una vera e propria letteratura che denota un grande progetto razionale. Quindi mi sono spostato sulle vittime, nella fattispecie sulla Colasanti.

Sono riuscito parlare con la Rete Nazionale degli Archivi e mi hanno raccontato una cosa che non sapevo e che non è risaputa: la Colasanti ha richiesto il diritto all’oblio, cioè di venire cancellata dalle cronache. Diritto che le è stato negato. Questa cosa mi ha molto scioccato perché chi ripercorre la storia della Colasanti vede quasi un suo desiderio di essere sempre presente pubblicamente. È diventata attrice, cantante, poetessa, poi è scesa in politica.

La sua vita pubblica è stata abbastanza forte, ma è questo che lo rende un personaggio drammatico incredibile: i grandi personaggi della letteratura, cinema e del teatro vivono di contraddizioni. Questa sua contraddizione mi ha conquistato e ho iniziato ad occuparmi di lei, ho cercato di entrare insieme ad Elisa e ai ragazzi del cast (Michele Di Giacomo, Arianna Primavera, Luca Mammoli, Alice Spisa) nel suo sottotesto personale, in questo suo desiderio enorme di cancellare tutto. Che è impossibile, perché un fatto del genere è impossibile da cancellare.



Com’è stato studiarli? Cosa pensi delle vittime e cosa dei carnefici?

Io penso che, tutto lo studio sulle persone coinvolte, non può essere fatto senza uno studio sul contesto socio-storico in cui tutto è avvenuto. Nello spettacolo ad un certo punto faccio andare i personaggi al cinema e vanno a vedere “Profondo Rosso” di Dario Argento. “Profondo Rosso” è un film che esce pochissimi mesi prima del Circeo, è un film ambientato a Torino, in cui c’era una situazione più calma rispetto a città come Roma, Bologna, Milano, ma anche lì c’è un vocabolario violento.

A un certo punto si sente un urlo all’inizio del film e uno dei personaggi dice “Cos’è stato?” e l’altro risponde, “Cosa vuoi che sia stato, uno stupro”, come dire “Cosa vuoi che succeda attorno a noi? La gente viene stuprata, è normale”. Se vai a vedere tutti i titoli in quegli anni, il numero dei titoli violenti in cui c’è un vocabolario violento è impressionante rispetto a quello che accadeva soltanto tre o quattro anni prima in cui titoli erano popolari.

Quindi questi protagonisti sono prima di tutto vittime di un contesto (e questo non significa giustificarle), di un contesto socio-storico in cui certi atteggiamenti e certi profili psicologici venivano esaltati e giustificati in qualche modo. E anche per le vittime avevano un certo fascino, personalità di quel tipo esercitavano un fascino soprattutto in una parte della città meno abbiente.  E quindi tutto quello che si può dire, per esempio che in fondo sono state le due ragazze a fare l’autostop e a farsi coinvolgere da questi sconosciuti, è completamente impossibile da dichiarare, perché in quel contesto socio-storico era un tipo di realtà di cui non si poteva fare a meno, soprattutto se non si avevano le risorse intellettuali per decontestualizzarsi.

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Riprendendo le tue parole, voi non porterete in scena il fatto il sé per sé, ma il meccanismo della violenza del delitto. Raccontami un po’ di questo meccanismo, come mai questa scelta?

È una cosa fra virgolette semplice: ripercorrere il delitto non ci serviva perché ci sono programmi televisivi che lo fanno con grandi mezzi e grandi personalità che analizzano i fatti. Quello che a me, a noi, interessa e quello che alla letteratura interessa è quello di capire o domandarsi (perché non sempre si può capire) quale sia il massimo comune denominatore di un fatto eclatante. Lo spettatore di un film, di una sala teatrale deve in qualche modo empatizzare. Per poter far questo abbiamo creato una trama in cui il delitto non avviene ma siamo inseriti in quel contesto socio-storico con quelle caratteristiche che poi sono state le stesse del delitto (disparità di genere, di classe, linguaggio violento, maschilismo).

È come se tutto avvenisse in una villa accanto a Villa Moresca e in effetti non avviene niente di grave. Una delle cose che mi raggela è che quando si sentono le interviste alla gente del posto, molti dicono “Ma sì, è stata una ragazzata e ci è scappato il morto”. Significa che certe cose veramente facevano parte della normalità della vita di quelle generazioni e venivano giustificate dalla generazione più anziana che dopo il ’68 aveva rinunciato ad essere la figura paterna di queste generazioni.

Per esempio sia Izzo che Ghira erano stati già accusati e condannati per altri reati molto gravi e grazie ai genitori l’avevano fatta franca. Parliamo di cose enormi. Quindi in questa trama viene raccontata la storia di una coppia con questo tipo di disparità (genere e di classe) e si innesca lo stesso meccanismo del Circeo, ma che non porta a quella violenza atroce ma ad una piccola violenza quotidiana, che però ci mette poco a degenerare e diventare una violenza più definita. Ovviamente per il pubblico è un viaggio molto intenso perché ci si aspetta di rivivere quel fatto con distanza anche morale, invece si ritrova in situazioni che capitano veramente nella vita di tutti i giorni di tutti noi.

Quello che a me interessa è capire che noi siamo una specie violenta, perché altrimenti non avremmo vinto la lotta contro le altre specie. E che questa violenza è sempre dietro l’angolo: questi fenomeni di umiliazione, il fatto che io posso umiliare un’altra persona per un fatto stupido come il modo in cui è vestito o le parole con cui si esprime, in realtà contengono il germe della violenza. E in un contesto sociale che giustifica quella violenza porta quel germe a proliferare. In fondo è quello che sta accadendo in questi ultimi due-tre anni in Italia.

È per questo che abbiamo scelto di fare lo spettacolo in questo modo. Io penso che il tipo di linguaggio violento, di atti violenti che vengono giustificati dall’alto portano chi ha 18/19/20 anni a sentirsi autorizzati a dare un pugno in faccia a una persona che ha la maglietta sbagliata. Nel 2020 fa venire i brividi ma è successo l’altro ieri.

 

Il massacro del circeo ha sconvolto l’Italia nel lontano, ma non troppo, ’75. Alcuni dicono che l’abbia anche cambiata. Secondo te è vero? Cosa ci trasciniamo ancora di quel periodo?

Secondo me non l’ha cambiata. Ha creato un periodo di forte paura delle famiglie, cioè avevano paura di far uscire soprattutto le figlie da sole, ma la verità è che il periodo intenso degli anni di piombo doveva ancora arrivare. In realtà non ha scioccato per niente l’Italia, anzi, in qualche modo ha continuato ad autorizzare certi meccanismi violenti sia da una parte che dall’altra, per esempio delle azioni, delle ideologie politiche. Bisogna dire una cosa triste, secondo me: nulla è mai cambiato. C’è stato un periodo di benessere economico, e nel benessere economico le persone sono meno violente perché hanno più vizi, possono sfogare la propria violenza in altro modo. Adesso che siamo di nuovo in crisi, ecco che riemerge la violenza di quarant’anni fa.



Dal ’75 al 2016, il caso sembra essersi chiuso definitivamente solo qualche anno fa con il riesame del DNA di Ghira. Ma sono tante le cose ancora in sospeso. Per te, il cerchio, si è davvero chiuso?

No, perché una cosa che non si è aperta e mai si aprirà è che nessuno ha mai fatto rientrare nelle indagini tutto il giro delle ambasciate. Questi ragazzi, tutti e tre, sono potuti andar via dall’Italia, e per farlo potrebbero aver pagato mazzette o sfruttato amicizie nelle ambasciate. Questo è un fenomeno di corruzione enorme e che ha permesso a Guido di essere latitante per diversi anni, Izzo ci ha provato ma si è fatto riprendere, e Ghira non è stato mai trovato.

Vogliamo veramente credere che le intelligence non siano in grado di trovare un latitante? Un latitante di questo genere? Non un latitante che ha in mano le sorti di organizzazioni a delinquere. Stiamo parlando di un latitante che ha commesso un delitto e che sta scappando. È un capitolo che rimarrà sempre aperto ed è fondamentale, ed è appunto quello della corruzione che permette certe fughe, prima di tutto dalle responsabilità.

 

Alexandra Francavilla

Autrice Freelance

 

Foto di Sara Meliti





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