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collaboratori di giustizia

Il nostro sistema penitenziario prevede particolari regole che disciplinano il trattamento dei collaboratori di giustizia, ossia di quei soggetti che, “anche dopo la condanna si sono adoperati per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero hanno aiutato concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli autori dei reati ( art. 58 ter comma 1 o.p.)”.



Si tratta, come è evidente, di una categoria di detenuti rispetto alla quale si pongono delicati problemi di sicurezza. Dopo la cattura, la scelta di dissociarsi dall’organizzazione criminale per rilasciare alle autorità inquirenti confessioni o informazioni utili alle indagini, fa spesso sorgere significativi rischi per l’incolumità personale. È in queste circostanze che risulta determinante la necessità di specifiche esigenze di tutela.

Collaboratori e testimoni: due classi soggette a tutela

collaboratori di giustizia

In Italia, la figura del collaboratore di giustizia è stata regolamentata dal D.L. n. 8 del 1991, convertito poi in legge. Nel 2001 la legge n. 45, modificando la vecchia normativa, ha affiancato a questa figura quella dei testimoni di giustizia, facendo rientrare in questa ben più ampia categoria imprenditori che hanno denunciato i loro estorsori ma anche semplici cittadini, vittime e testimoni oculari disposti a deporre contro i criminali in un’aula di tribunale.

Misure per la sicurezza dei collaboratori di giustizia

collaboratori di giustizia

La gestione del collaboratore di giustizia non è affatto semplice.

Innanzitutto occorre tenere in considerazione l’esigenza di tutelare il più possibile la genuinità dell’apporto conoscitivo fornito, quindi delle dichiarazioni che il soggetto è chiamato a rendere. A tal proposito verranno adottate adeguate forme di “isolamento” (è prevista l’assegnazione ad appositi istituti o sezioni di istituto) rispetto ad altri collaboratori di giustizia che risultano partecipare ai medesimi procedimenti giudiziari o che rendono dichiarazioni sui medesimi fatti delittuosi.

Qualora il detenuto o l’internato manifesti la volontà di collaborare con la giustizia, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria dispone nell’immediato una serie di misure volte, ad esempio, ad evitare l’incontro con altre persone che collaborano con la giustizia e le comunicazioni epistolari, telefoniche o telegrafiche.



Quanto alla concessione di benefici penitenziari a questa categoria di detenuti, il legislatore ha stabilito che alcune misure extramurarie (in particolare la detenzione domiciliare, la liberazione condizionale e i permessi premio) possono essere accordati indipendentemente dai limiti di pena scontata o con più ampi margini rispetto a quanto previsto per tutte le altre categorie di detenuti.

 

Carmen Leotta

Redazione CriminalMente



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