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La scoperta della criminalità femminile. A proposito della donna delinquente di Cesare Lombroso.

Incontro sulla criminalità femminile con Silvano Montaldo, Direttore del Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso e Fabrizio Russo, criminologo. Modera: Araceli Meluzzi

criminalità femminile

Cesare Lombroso ha il merito di aver condotto la criminologia nell’era della scienza. Non tanto per le conclusioni raggiunte, ma più che altro perché ha iniziato a porsi delle domande. Perché l’uomo delinque? Ma perché anche la donna delinque?

Lombroso conservava forti pregiudizi nei confronti della donna: la definiva come “un uomo arrestato nel suo sviluppo”. Cioè, le attribuiva un’inferiorità fisica e psichica che la rendevano per un certo verso meno criminale rispetto all’uomo, ma al tempo stesso portatrice di istinti animali tali da giustificare i delitti da lei perpetrati.

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In sostanza, Lombroso considerava la donna meno cattiva dell’uomo, ma anche meno capace, in quanto essere primitivo e non razionale.

Ma cosa succede quando la donna, sesso apparentemente debole, commette un reato?

La società da un lato la stigmatizza, la etichetta. Dall’altro tende a stringersi intorno a lei perché ne vede l’aspetto materno, buono.

Tuttavia la donna, tanto quanto l’uomo, se la prende con i più deboli e commette reati simili a quelli messi in atto dagli uomini. Per fare qualche esempio: figlicidi, maschicidi, stalking, violenza sessuale, ecc.

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Eppure continua ad esistere un retaggio lombrosiano, per cui quando è una donna a commettere un crimine violento, si tende a considerarla meno razionale. Talvolta si tende a giustificarla, tant’è che la perizia psichiatrica viene richiesta quasi di default. Questo invece non avviene per la maggior parte degli omicidi commessi da uomini.

Bisogna però tener presente anche il dato statistico, secondo cui le donne commettono quantitativamente meno reati rispetto agli uomini. Nelle carceri italiane la percentuale di donne si aggira infatti solo intorno al 4%. Questo anche perché sono facilitate nell’accesso alle misure alternative, soprattutto in presenza di figli.

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In ultimo è necessario tenere a mente il fattore “numero oscuro”, ovvero tutti quei reati commessi, che non sono però riportati perché non denunciati o non scoperti. Questo emerge in particolar modo nei casi di donne che esercitano violenza psicologica sui minori, dinamica in cui la prevaricazione non lascia segni e quindi risulta difficilmente dimostrabile nelle aule di tribunale.

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Anna Pavanello

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