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L'invidia

L’invidia: una felicità avvelenata. Etimologia: Il termine “invidia” deriva dal latino invidere, ovvero guardare male, gettare il malocchio. È un sentimento che induce, in chi lo prova, una spinta distruttiva verso gli altri. L’invidia è, dunque, associata al rammarico di non poter godere della felicità altrui ed in essa è insito il desiderio di appropriarsi in modo esclusivo di tale prosperità. Il successo altrui viene vissuto come un’offesa, un affronto alla propria autostima e alla propria identità. In tale ottica privare l’altro dei suoi beni si profila come una soluzione possibile per alleviare la propria sofferenza.



L’invidia. A livello cerebrale

Quando si prova invidia si attiva la corteccia cingolata anteriore dorsale, un’area del cervello coinvolta nei sentimenti conflittuali e nel circuito del dolore: l’invidia rappresenta la malsana reazione all’angoscia di sentirsi inferiori. Inoltre, il piacere suscitato dall’esposizione alle disgrazie altrui attiva lo striato ventrale, facente parte del sistema della gratificazione: sembra che godere delle avversità altrui contribuisca ad attenuare il proprio livore.

L'invidia

L’invidia. Il confronto sociale

L’avvento dell’era digitale ha incrementato i confronti sociali possibili, ponendoci, virtualmente di fronte ad un pubblico sconfinato con cui fare i conti. I social media hanno ulteriormente amplificato l’esigenza di esternare la propria “vita perfetta”, minacciata dal continuo confronto con gli altri. Si è così dato libero accesso all’invidia, sentimento socialmente inaccettabile, se non schermati da un nickname di fantasia. I social sono, così, diventati motori del rancore sociale. Da una parte permettono all’invidia di diffondersi in modo esponenziale, dall’altra diventano luoghi in cui sfogare la propria rabbia, senza mai realmente confrontarsi con qualcuno.

L'invidia

Invidia patologica

L’invidia è un sentimento che suscita vergogna, pertanto è difficilmente tollerabile. Quando diventa la modalità prevalente con cui ci si relaziona con l’altro, talvolta sfocia in agiti estremi, come l’omicidio. Il femminicidio, comunemente ascrivibile alla gelosia, ha in realtà una matrice invidiosa. L’umiliazione di un abbandono o dell’infedeltà del coniuge rientra nell’invidia di dover accettare che la donna si riappropri della capacità di autodeterminare la propria vita, designando un finale differente da quello desiderato dall’uomo.



L’inganno dell’invidia

L'invidia

L’invidia è ingannevole perché non trova mai piena soddisfazione: si ritorce contro chi la prova, perché è una distorsione della tendenza naturale a rispecchiarsi negli altri. Lo sguardo dell’invidioso è uno specchio deformante: si finisce per inseguire la conquista di una felicità avvelenata, garantita da un marchio di odio, in cui coesistono due elementi disonorevoli, l’ammissione di essere inferiori e il tentativo di danneggiare l’altro in modo subdolo, senza gareggiare a viso aperto. Questo si traduce in uno stato crescente di frustrazione, che non può trovare sollievo se non nel riconoscimento del proprio valore e della propria identità.



Anna Pavanello

Redazione CriminalMente





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