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Paolo Massari accusato di stupro. La donna: "il suo ghigno mi terrorizzava"
paolo massari

Paolo Massari, giornalista ed ex assessore comunale di centrodestra, è stato accusato di stupro da un’imprenditrice. I due si conoscevano da molti anni, andavano al liceo insieme, poi si sono persi di vista.

La violenza nel “bunker”

Si sono incontrati per un aperitivo, Massari doveva fare un’intervista di approfondimento sul lavoro della donna, su come sia cambiato con la pandemia. La serata proseguiva tranquilla, hanno poi deciso di cenare insieme e sono andati a casa dell’uomo per posare il motorino e prendere la macchina, dato che il tempo stava peggiorando.

A quel punto, come riporta la donna in un’intervista fatta al Corriere, il giornalista muta completamente il suo atteggiamento, la tratta come se fosse una schiava, le inizia a dare ordini. La vittima riporta come si sentisse terrorizzata, soprattutto paralizzata a causa del “ghigno” che Paolo Massari aveva sulla faccia. Il suo pensiero fisso era il terrore che potesse ammazzarla, per questo ha cercato vie d’uscita. La donna afferma anche come, grazie a un momento di distrazione dell’ex assessore, sia riuscita a scappare.

Racconta al Corriere:

La saracinesca del box, adiacente il seminterrato, aveva un pertugio alla base, non so neanche come sia riuscita a passarci, ma ci sono riuscita, ho percorso un vialetto, sono sbucata in strada… Lui era alle mie spalle, sullo sfondo. Calmo, rilassato. Ripeteva: “Rientra, non far la matta”

Paolo Massari in carcere al San Vittore

La vittima, dopo essere scappata dal seminterrato di Massari, è andata subito all’ospedale, per farsi curare le ferite causate dall’aggressione e dallo stupro. Ha parlato con la psicologa e, successivamente, si è recata negli uffici della questura.

Paolo Massari si trova, controllato a vista, nel carcere di San Vittore, a Milano. È stato portato lì la notte di domenica 14 giugno, con l’accusa di violenza sessuale. L’accusa si basa sulla testimonianza della donna, ma anche sui referti medici, sulle tracce di sangue ritrovate nell’abitazione dell’uomo, sul divano e sul pavimento.

Dalla testimonianza fatta al Corriere

Ho sentito e mi hanno riferito strane voci che stanno circolando negli ambienti mediatici e non soltanto in quelli. Voci secondo le quali mi starei inventando tutto, poiché il rapporto sarebbe stato consenziente, starei esagerando in relazione a chissà quale perfida macchinazione… Ma scusate un po’, il tutto a quale vantaggio? Quale? Io tremo all’idea che possa uscire il mio nome, che i miei genitori vengano a saperlo, che la mia famiglia… Certo, ero così consenziente che avanzavo senza vestiti alle dieci di sera, non a notte fonda, cioè senza nessuno in giro, e la cosa neanche mi interessava… Ero terrorizzata, volevo soltanto scappare… C’erano passanti, automobilisti, e io me ne fregavo, di essere nuda, capisce? Proprio non me ne vergognavo, non ci badavo affatto… Dovevo andarmene il più lontano possibile da lui e da quel posto orribile. Non era un appartamento, era un bunker. Ho avuto questa sensazione, quando ci sono entrata: un bunker. Una prigione dove anche se avessi urlato non mi avrebbero sentita. Dove sarei morta ammazzata. Sì, venire uccisa: è stato questo il pensiero che avevo, non tanto e non soltanto — e mi fanno enormemente paura, queste parole che le dico — per la violenza in sé, quanto per eventuali peggiori conseguenze… I minuti trascorrevano lentamente, e nella mia testa hanno cominciato a formarsi gli incubi: “Mi fa fuori”. Non era suggestione, era una presa d’atto… Ero prigioniera, non scorgevo una minima via di uscita.

Riproduzione riservata.

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