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Il 21 marzo si è tenuta la presentazione del libro scritto da Carolina Orlandi. “Se tu potessi vedermi ora” racconta la storia di David Rossi, narrata da chi gli era vicino.

L’evento si è svolto alla Scuola Holden, in piazza Borgo Dora, a Torino. Scuola dove ha studiato l’autrice del libro, e che è incentrata sullo storytelling e le arti performative.



“Se tu potessi vedermi ora” di Carolina Orlandi

La presentazione è stata particolare, diversa dalle solite che si vedono in giro. Già dall’introduzione si poteva intuire che la serata sarebbe stata emozionante e carica di significati. Si è infatti svolta tra domande e riflessioni, intervallate dalla lettura di alcuni estratti del libro da parte dell’autrice stessa e fotografie di oggetti significativi per chi era vicino a David. L’interpretazione di Carolina nella lettura ha tenuto un’intera sala con il fiato sospeso.

A introdurre la serata è stato Martino Gozzi, direttore della didattica. Ha presentato Carolina e ha chiamato sul palco lei e Raffaele Riba, che dialogherà con l’autrice. Raffaele Riba è stato docente di Carolina Orlandi, diventando poi l’amico che l’ha accompagnata durante la scrittura del libro.

Carolina Orlandi

Dopo un breve estratto del video delle Iene (“David Rossi muore in banca: suicidio o omicidio“) Riba apre la presentazione fornendo una spiegazione del libro, della tipologia in cui si può far rientrare. Ѐ un libro che unisce due punti ben distinti, congiungendoli e formando un triangolo. La versione della Procura della Repubblica e quella sulla vera storia di David.

Il primo punto che viene toccato è quello del video sulla caduta. Carolina: “quel video è una delle cose più preziose che abbiamo”. Parla della dinamica della caduta, delle imprecisioni e dell’improbabilità che David possa essersi buttato, essendo la traiettoria non compatibile con quella di un suicidio.

Gli oggetti, i ricordi

In questa serata si evita di parlare di cronaca, Riba preferisce puntare l’attenzione sulle persone piuttosto che sui fatti così come sono stati descritti dai media. Si parlerà di una serie di oggetti, che sono molto significativi per Carolina e per le persone che conoscevano David. Il primo è un biglietto da visita, il biglietto da visita di David, che ancora si trova in una bacheca dietro il letto dell’autrice, insieme ai suoi ricordi da ragazza.

A seguire è il turno di 5 DVD, film che David le aveva dato e che lei era pronta per vederli con lui…non li ha ancora visti, e probabilmente mai lo farà. Il terzo oggetto è un quadro disegnato da David, dal titolo “Incubi”, che viene raffigurato anche nella copertina del libro. Secondo Carolina quel quadro, dopo la morte di David Rossi, ha assunto tutto un altro significato. I mostri sono le persone che gli hanno fatto del male e i PM che hanno fatto degli errori imperdonabili nella gestione delle indagini. Ma anche coloro che sanno ma non parlano, che si nascondono in quel palazzo.

Il quarto non è proprio un oggetto, ma una canzone. L’unica, insieme ad altre due, che riusciva ad ascoltare dopo la triste vicenda. Non l’ha poi più sentita fino alla scrittura dell’undicesimo capitolo, che per lei è stato il più duro e difficile da scrivere. Infine l'”Antologia di Spoon River“, libro trovato nell’immensa libreria di David, con ancora la sua matita dentro.

Riflessioni ed estratti

Raffaele Riba afferma come si può vedere l’evoluzione di Carolina attraverso la lettura del libro. Dalla ragazza spensierata delle prime pagine si arriva a scoprire la donna che è diventata, la sua crescita e la sua sempre maggiore dimestichezza con il linguaggio forense.

carolina orlandi

Tra le diverse letture che si sono susseguite durante la presentazione, ne trascriverei un estratto particolarmente significativo sul rapporto tra Carolina e David.

“…David era una persona molto colta. Possedeva una conoscenza dei più diversi argomenti, in grado di mettere in soggezione chiunque. Ricordo che davanti ai sussidiari scolastici mi inventavo un dubbio già ampiamente superato solo per avvicinarmi a lui e passare del tempo insieme, so che non aspettava altro, anche se non lo avrebbe ai ammesso. Ho continuato a usare questo stratagemma fino all’ultimo giorno. Questo aspetto del nostro rapporto padre-figlia è rimasto così, invariato nel corso degli anni. Per qualunque lacuna lui era la fonte da consultare, quella che avrebbe trasformato la mia ingenuità di bambina nella mente critica di una donna. […] Senza mettermi le sue stesse parole in bocca, mi avrebbe dato il materiale necessario per potermi rispondere da sola”. 

“Ho atteso tutta la vita che arrivasse il momento in cui mi avrebbe guidato, […]. Ma quando l’ho finita [l’università], lui non c’era più. Eppure, quel tempo solo per noi me lo ero guadagnato tutto”.

 

Francesca Guidi

Redazione CriminalMente



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