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Un luogo per pochi, un’attesa per molti. – CriminalMente
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“C’è necessità di concertazione tra i diversi saperi e le diverse professionalità per trovare un linguaggio comune quando parliamo di R.E.M.S. ”  R.E.M.S.

È con queste parole che si apre la “Giornata di studio sulle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza-non solo R.E.M.S.: psichiatria, giustizia e servizi dialogano”. L’incontro si è tenuto a Torino in data 16 maggio 2017.

Ma non solo. L’auditorio è ampio e i relatori eterogenei. Gli addetti ai lavori, in un tema così delicato e sentito, sono molti. Si parla di codice deontologico, bibbia dei medici, che ricorda all’Art. 32 di proteggere le persone fragili. ”Il medico tutela il minore, la vittima di qualsiasi abuso o violenza e la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a  proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita.(…)”

Non rientrano forse tra questi anche i detenuti? Se ci soffermiamo a riflettere su certi individui, noteremo la dualità che li contraddistingue. Sono sì, individui che rappresentano un rischio per la società ma sono esse stesse persone sottoposte a numerosi rischi.

Se non bastasse il codice deontologico, anche la nostra Carta fondamentale, la Costituzione, interviene puntuale a tutelare la salute. L’ Art. 32, infatti, cita:

R.E.M.S.

Codice deontologico e Costituzione, due pilastri culturali rappresentati da un lato dalla Sanità e dall’altro dalla Giustizia. Sembra ovvio quindi, che nonostante le difficoltà, Sanità e Giustizia siano condannate a collaborare. Il problema però, si presenta nella difficoltà che hanno di trovare un linguaggio comune. O meglio, ad interpretare un linguaggio condiviso di cui conoscono la forma mentis ma al quale attribuiscono significati diversi.

Il quadro normativo, tra passato e attualità

Facciamo ordine. Il 30 Maggio 2014 viene varato in legge, il precedente decreto del 31 marzo n. 52, recante “disposizioni urgenti in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari”, che porta al definitivo superamento degli OPG e all’introduzione delle cosiddette R.E.M.S. con l’attuale Legge 81/2014.

È importante sottolineare che l’invio di un individuo presso una di tale residenze è da considerarsi come extrema ratio, “(…) espressione latina, spesso ripetuta con il significato di ultima soluzione, estremo rimedio, a cui si ricorre quando non vi siano altre vie d’uscita, e che può quindi spesso essere la soluzione più dolorosa o più violenta” (Dizionario Treccani). Essa rappresenta una misura di sicurezza, così come disciplinato dal nostro codice penale all’Art. 215, e rientra nella categoria delle misure di sicurezza detentive. Nel dettaglio, le misure di sicurezza sono sanzioni che si applicano nei confronti di autori di reato considerati socialmente pericolosi allo scopo di prevenire il pericolo di recidiva. Si distinguono dalla pena in quanto:

  1. Scaturiscono da un giudizio di pericolosità e non di responsabilità, e di probabilità di recidiva futura;
  2. Non hanno funzione retributiva, ma solo una funzione rieducativa del reo.

Con la legge 81/2014 si inserisce un aspetto ulteriore, ovvero Le misure di sicurezza detentive provvisorie o definitive, compreso il ricovero nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, avuto riguardo alla previsione edittale massima”.

L’Art 219 cp, “ricovero in casa di cura e custodia”, dal 1° Aprile 2015 viene sostituita dall’esecuzione nelle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (R.E.M.S.), come previsto dall’art 3-ter – Disposizioni per il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari nel d.l. 211/2011 relativo a interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri.

Si tratta quindi di una misura stabilita per gli autori di delitto non colposo, condannati ad una pena diminuita a causa dell’infermità psichica o della cronica intossicazione derivante da alcool o da sostanze stupefacenti oppure affetti da sordomutismo.

La durata minima varia da sei mesi e tre anni. Viene eseguita dopo che la pena detentiva sia stata scontata o sia altrimenti estinta. In casi particolari, è possibile ordinare il ricovero prima dell’esecuzione della pena. Questo per evitare che l’immediata esecuzione di questa possa aggravare le condizioni di infermità psichica del condannato.

Come sottolinea il Dott. Miravalle, i problemi sono essenzialmente due. Da un lato si ha l’uso eccessivo di “misure di sicurezza provvisorie”, rappresentato dal 36% dei presenti. Dall’altro le così dette “liste di attesa”: pericolosi in libertà o eccesso di prudenza? Ad oggi 290 persone sono in attesa che si liberi un posto in REMS. [1]

È Zanalda a sottolineare un ulteriore problema, legato a quei pazienti privi di permesso di soggiorno e/o privi di fissa dimora. Pazienti provvisori in libertà vigilata che vengono tramutati in detenzioni domiciliari in luogo di cura. Tutto ciò senza che il Dipartimento di salute mentale lo sappia e senza previsione di quale misura di sicurezza da adottare.

È importante cercare di individuare quindi le competenze e a chi spettano. La sanità non può avere compiti di esecuzione delle misure di sicurezza, poiché è addetta all’azione sanitaria e non contenitiva. Il giusto percorso di cura necessita di un potenziamento dei servizi, che attualmente si trovano ad applicare dispositivi normativi ancora del tutto confusivi.

Dall’altro lato l’autorità giudiziaria dovrebbe attenersi all’applicazione della misura di sicurezza detentiva non dimenticandosi che si tratta di extrema ratio e non di un rifugio peccatorum.

R.E.M.S.

[1] I dati si riferiscono alla regione Piemonte

Le persone fragili: individuazione dei destinatari della normativa

Come preannunciato poc’anzi, i detenuti sembrano essere i “destinatari perfetti” di questo quadro normativo. È importante fare quindi accenno alla salute mentale in carcere. In particolare quale siano le categorie giuridiche che la norma riguarda e quali siano le norme di riferimento.

Sul piano normativo, non mancano riferimenti in questo senso. A partire dal nostro codice penale, all’Art 148 Infermità psichica sopravvenuta al condannato: Se, prima dell’esecuzione di una pena restrittiva della libertà personale o durante l’esecuzione, sopravviene al condannato una infermità psichica, il giudice, qualora ritenga che l’infermità sia tale da impedire l’esecuzione della pena, ordina che questa sia differita o sospesa e che il condannato sia ricoverato in un manicomio giudiziario, ovvero in una casa di cura e di custodia. Il giudice può disporre che il condannato, invece che in un manicomio giudiziario, sia ricoverato in un manicomio comune, se la pena inflittagli sia inferiore a tre anni di reclusione o di arresto, e non si tratti di delinquente o contravventore abituale o professionale o di delinquente per tendenza.

La disposizione precedente si applica anche nel caso in cui, per infermità psichica sopravvenuta, il condannato alla pena di morte deve essere ricoverato in un manicomio giudiziario.

Il provvedimento di ricovero è revocato, e il condannato è sottoposto alla esecuzione della pena, quando sono venute meno le ragioni che hanno determinato tale provvedimento.”

Inoltre anche l’ordinamento penitenziario, all’ Art.65 Istituti per infermi e minorati”. Questo recita: “I soggetti affetti da infermità o minorazioni fisiche o psichiche devono essere assegnati ad istituti o sezioni speciali per idoneo trattamento.”

Ma non basta. Più recentemente, con il D.p.r. 230/2000 “Regolamento recante norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà”, agli articoli 111 (c.5 e c.7) e 112, si è tentato di chiarire quanto già precedentemente espletato dal codice penale e dall’ordinamento penitenziario. Come osserva il Dott. Miravalle, analizzando le suddette norme sembra però mancare “l’istituzione di scarico”, che suggerisce, potrebbero diventare proprio le R.E.M.S.

R.E.M.S.

Il dubbio che sorge, con l’attuale complesso normativo, è se stiamo andando nella direzione di un carcere psichiatrizzato o una psichiatria carcerizzante?!

È sicuramente questo un dubbio che va risolto nel migliore dei modi. Ma ancor prima di individuare il punto di arrivo di un intricato labirinto, dobbiamo soffermarci sul momento precedente la decisione su quale misura di sicurezza adottare. Questo momento è individuato nella valutazione della pericolosità sociale. Come spiega il Dott. Freilone, si tratta di un giudizio di probabilità che valuti predittivamente, con uno sguardo al futuro, se quel soggetto sia o no pericoloso socialmente, adottando parametri clinici. La difficoltà sta nel basare un giudizio prognostico nel qui ed ora, sulla base di eventi del passato.

Come è ovvio, non si tratta di pratica semplice e priva di complicazioni. Infatti potremmo incorrere in un errore definito “falso positivo”, ovvero ritenere pericolose un grande numero di persone solo per evitare aprioristicamente che il fatto non accada nuovamente, applicando quindi dei parametri clinici troppo ampi. Oppure incorrere in un errore del tipo “falso negativo”, inversamente al precedente, privilegiare la libertà personale minimizzando il rischio. Il giusto compromesso dovrebbe essere quello che valuti attentamente il nesso eziologico e il nesso di casualità.

Le conclusioni che possiamo trarre da questo symposium, è l’utilità di dialogare a proposito di un tema che presenta tutt’altro che chiarezza e omogeneità, di aver tentato di trovare quel linguaggio comune che dovrebbe servire ad indirizzare i professionisti, ognuno verso le proprie competenze, per arrivare infine ad un quadro strutturalmente e operativamente chiaro non basato soltanto su assunti ideologici difficili da interpretare.

Elena Rossi

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